La tragedia di Berlino svela le fragilità della politica

Una persona è morta a Berlino e ventinove sono rimaste ferite. Non stavano facendo niente. Camminavano in strada, ballavano, chiedevano soltanto il diritto di esistere per quello che sono. Un furgone è entrato nella folla e poi è cominciata la caccia col coltello. Il ministro dell’Interno tedesco non ha usato giri di parole. Attentato terroristico di matrice islamista.

E allora dobbiamo dirci le cose come stanno, anche quando fanno male, anche quando qualcuno si offende.

Chi ha guidato quel furgone aveva ventun anni, era già noto alle forze dell’ordine, era già stato condannato, aveva già provato a partire per la Siria per arruolarsi con i miliziani del terrore. Era uscito dal carcere minorile a maggio. A maggio. Due mesi. Uno Stato lo aveva in mano, sapeva chi era e cosa aveva tentato di fare, e lo ha rimesso in strada in tempo utile per ammazzare. Questo non è il destino. Questa è una catena di scelte politiche.

E voglio chiederlo senza ipocrisia a chi scende in piazza per i diritti civili, a chi si indigna ogni giorno per una parola sbagliata, ma quando si parla di controllo dei confini, di espulsioni, di chi entra e con quale titolo resta, di chi predica odio e va allontanato, si gira dall’altra parte e dice razzismo. Come pensate di tenere insieme le due cose. Perché il fanatismo che ha colpito a Berlino non tollera i gay. Non li tollera in nessun grado, non li discute, non li ammette. Non è una sfumatura culturale su cui trovare un compromesso. È una condanna a morte scritta nero su bianco.

Poi arriva il furgone sul Pride e ci si mette la bandiera arcobaleno sul profilo. Non funziona così. Non si può fare il tifo per la libertà e insieme lasciare aperta la porta a chi la vuole cancellare.

Serve una destra che difenda i diritti di tutti, compresi quelli di chi non la vota. Serve una sinistra che abbia il coraggio di dire che l’integrazione non è un buon sentimento ma un patto con regole precise, e che chi non accetta quelle regole non ha titolo per stare qui. E serve soprattutto un centro che non abbia paura di tenere insieme le due cose, la sicurezza e la libertà, perché è esattamente lì che si difende la civiltà europea. Non agli estremi, dove si sceglie sempre e comodamente metà della verità.

Chi era in quella strada a Berlino aveva diritto a tornare a casa. Il resto sono chiacchiere.

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