Lo è soprattutto quando l’alternativa è giudicare gli altri, distribuendo patentini di competenza, intelligenza e dignità. L’estate del gossip si sta chiudendo così, con il trionfo dell’arroganza e della presunzione di superiorità morale.
Due notizie di questi giorni mi hanno colpito.
La prima riguarda il servizio pubblico.
Sigfrido Ranucci lascia la conduzione di un programma storico e definisce inadeguati i due colleghi scelti per sostituirlo. Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi sono due professionisti interni alla Rai, vincitori di una selezione pubblica, con anni di inchieste e reportage sul campo. Eppure ricevono una bocciatura prima ancora di aver firmato una puntata. Penso sia legittimo contestare una decisione aziendale, difendere il proprio lavoro, denunciare ogni interferenza. Trovo meno comprensibile trasformare una battaglia professionale in un giudizio preventivo sul valore di due colleghi.
A pronunciare questa sentenza è peraltro un giornalista oggi al centro di una vicenda grave e inquietante. Una vicenda che non autorizza processi sommari nei suoi confronti, ma che richiede trasparenza, risposte e sobrietà. La stessa sobrietà che lui ha spesso chiesto agli altri.
La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma anche il dovere di rendere conto non conosce eccezioni.
La seconda notizia arriva dalla politica.
Stefano Bonaccini riconduce determinate scelte elettorali a chi ha studiato poco, vive nelle aree interne o nelle periferie e affronta maggiori difficoltà economiche. Mi colpisce l’arroganza di sentirsi superiori fino a giudicare milioni di persone in base al titolo di studio, al luogo in cui vivono, alla loro condizione economica.
Analizzare il voto significa comprendere le ragioni delle persone, non misurarne il valore. Le aree interne fanno parte della mia storia e del mio lavoro. In quei territori incontro imprese agricole che resistono da generazioni senza chiedere nulla a nessuno. Nelle periferie vedo famiglie capaci di far quadrare i conti con una competenza che non si apprende in alcuna aula. Liquidare quelle persone attraverso il titolo di studio è arroganza pura. Quelle persone non hanno capito meno. Hanno smesso di sentirsi rappresentate da chi le osserva come un fenomeno elettorale invece di ascoltarle come cittadini.
Sono convinto che l’autorevolezza non nasca dal ridimensionamento degli altri ma dalla capacità di ascoltare e di riconoscere il merito.
Ogni persona porta con sé esperienze, difficoltà e ragioni che meritano rispetto ma nessun curriculum, nessun incarico, nessuna storia personale ci autorizza a sentirci superiori.
La politica e il giornalismo dovrebbero ripartire da qui, dalle persone, dal rispetto e dall’umiltà.