È l’ora della responsabilità

Ho riletto stamattina le parole che Leone XIV ha pronunciato ieri al Meeting di Rimini.
Non è stato un intervento di circostanza, ma un monito che riguarda tutti noi, la società, le istituzioni e, credo, soprattutto chi ha scelto di impegnarsi in politica.
Il Papa invita a non rassegnarsi a un tempo in cui prevalgono la paura, la contrapposizione e la ricerca continua di un nemico, e ci chiede di allargare i legami oltre ogni appartenenza. Ci chiede di smascherare i rapporti di potere ingiusti che alimentano povertà e diseguaglianze, proponendo una cultura nella quale anche l’avversario resta una persona da guardare negli occhi.
Sono parole che fanno pensare.

Qualche settimana fa avevo scritto della frammentazione dell’area moderata e di una politica troppo spesso consumata dalle proprie divisioni. Nelle parole del Papa ritrovo lo stesso richiamo, ma portato più a fondo.
La politica ha bisogno di identità, di valori e di appartenenza che, però, non dovrebbe mai diventare un recinto. Quando si comincia a distinguere tra amici e nemici, tra chi sta dentro e chi deve restare fuori, si perde progressivamente la capacità di parlare alla società limitandosi a guerre di posizione.
Essere moderati significa esattamente il contrario.

Non significa stare a metà strada tra due estremi, ma avere idee chiare senza considerare nemico chi la pensa diversamente. Significa difendere i propri valori senza smettere di ascoltare, significa cercare consenso, ma non a ogni costo e senza rinunciare alla responsabilità. Significa costruire, con trasparenza, comunità politiche capaci di attrarre persone, esperienze e competenze.
C’è una parte larghissima della società italiana che vive già così.
Persone che lavorano, fanno impresa, amministrano, insegnano, studiano, si impegnano nel volontariato. Persone che non chiedono alla politica una nuova contrapposizione ogni mattina, ma serietà, soluzioni, competenza ed equilibrio. Vogliono che si torni a parlare di alleggerimento della pressione fiscale, di lavoro che troppo spesso non garantisce prospettive, di competitività delle imprese, di giovani che cercano altrove le proprie opportunità, del Mezzogiorno e delle infrastrutture da realizzare, di sicurezza delle città e di efficienza della pubblica amministrazione.

Molte di loro hanno smesso di votare o votano senza sentirsi pienamente rappresentate, non riconoscendo più in certa politica un interlocutore.
Una parte di questa disaffezione nasce da come, in troppi territori, il consenso viene raccolto. Quando il voto smette di essere una scelta e diventa una merce, quando passa attraverso favori, promesse di lavoro, mediazioni opache, reti che poi presentano il conto, la democrazia continua a funzionare nelle forme e si svuota nella sostanza. Sono esattamente quei rapporti di potere ingiusti che il Papa chiede di smascherare, e che in politica hanno un effetto preciso. 

Chi arriva per quella strada non deve rispondere ai cittadini, ma a chi lo ha portato lì. Chi invece si candida con le proprie idee scopre di giocare una partita truccata, e spesso rinuncia. Il cittadino perbene lo capisce prima di tutti e semplicemente resta a casa.
Non è una questione morale astratta e non è giustizialismo, è una questione di libertà. Il voto libero è la condizione minima perché la politica torni a valere qualcosa, e chi ha responsabilità dentro i partiti ha il dovere di guardare in casa propria prima che nelle case altrui.
Da qui bisogna ripartire. Scegliere chi rappresenta un’area con criteri diversi da quelli di oggi, mettendo la competenza e la credibilità davanti alla fedeltà.

Non è un esercizio di buoni sentimenti.
È la condizione per tornare credibili e quindi competitivi.
Per questo sento vicino il richiamo di Leone XIV.
Allargare i legami rimettendo al centro responsabilità, libertà e dignità della persona è un modo alto ed esigente di intendere la politica, perché obbliga ad ascoltare e a rispondere nel merito.
 
Ed è il modo in cui continuo a credere che una grande area moderata, popolare, liberale ed europeista debba tornare a parlare al Paese, chiedendosi chi voglia rappresentare prima ancora di chi debba rappresentarla.
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