PAC, sfuma l’accordo sulla riforma

    Tre giorni di super trilogo tra Parlamento, Commissione e Consiglio non sono bastati a trovare un compromesso sulla riforma della politica agricola comune entro il mese di maggio: venerdì (28 maggio) i negoziatori delle Istituzioni hanno preso atto che ancora ci sono ancora troppe differenze e si sono dati appuntamento a giugno, sperando che sia la volta buona. Per il Portogallo giugno sarà l’ultima occasione per trovare un accordo sotto la sua presidenza del Consiglio, che dal primo luglio passerà alla Slovenia. La PAC incorpora circa il 30 per cento del bilancio 2021-2027 dell’UE per 387 miliardi di euro per i pagamenti agli agricoltori e il sostegno allo sviluppo rurale (primo e secondo pilastro), con le nuove regole che entreranno in vigore dal primo gennaio 2023 al netto di un accordo politico che consenta agli agricoltori un momento di transizione per “abituarsi” alle nuove regole. Di riforma si parlava già dal 2018, da prima che la Commissione attuale si insediasse nel 2019, ma il lancio del Green Deal europeo ora impone ai co-legislatori di ripensare anche a come minimizzare l’impatto ambientale dell’agricoltura, responsabile del 10 per cento delle emissioni di gas serra dell’UE ma anche fonte di pressione sugli habitat naturali e sulle specie europee. Ed è qui che si sono arenati ancora i negoziati. Le questioni irrisolte riguardano in particolare quanto denaro del primo e del secondo pilastro (aiuti diretti e sviluppo rurale) allocare ai cosiddetti “eco-schemi“, una delle novità della riforma che prevede di mobilitare sostegno economico agli agricoltori che scelgono di essere più ambiziosi in termini di tutela dell’ambiente e azione per il clima, come l’agricoltura biologica o pratiche agricole in grado di assorbire CO2. I punti di partenza erano molto distanti. Per il Consiglio almeno il 20 per cento dei finanziamenti del primo pilastro della PAC (gli aiuti diretti) doveva essere allocata dagli Stati membri per politiche verdi, attraverso questi eco-schemi. Mentre per il Parlamento la quota dovrebbe salire al 30 per cento. La Presidenza portoghese ha proposto inizialmente un compromesso sul bilancio dei regimi ecologici in modo che sia progressivo, con un punto di partenza fissato al 22 per cento per gli anni 2023 e 2024, e poi dal 2025 la percentuale salirebbe al 25 per cento. Una cifra a metà, dunque, tra la posizione degli Stati e quella dell’Eurocamera. Nella notte, i negoziatori hanno cercato di venirsi incontro ma senza successo. L’Europarlamento aveva messo sul tavolo una nuova proposta di compromesso che è stata rifiutata dai ministri del Consiglio, che hanno poi deciso di chiudere i negoziati per questo ciclo di maggio. Il Parlamento ha accettato di scendere al 37 per cento sul bilancio verde del secondo pilastro della PAC (la sua proposta originaria era del 38 per cento) con le indennità compensative per disabilità naturali. Sugli eco-schemi, invece, ha fissato la soglia di spesa obbligatoria al 22 per cento solo per il 2023, per poi salire al 23 per cento per il 2024, l’obiettivo è del 25 per cento nel periodo finale. Dal canto suo, il Consiglio ha accettato una quota di partenza del 20 per cento del primo pilastro per arrivare al 2026 con una quota del 25 per cento, che fino ad ora aveva sempre rifiutato. 35 per cento del budget verde per quanto riguarda il secondo pilastro. In pratica, due punti percentuali di differenza rispetto alla posizione del Parlamento, che rimangono però una delle cause principali di questo “nulla di fatto”.

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